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Tè, Storia e...

Teiera testsubin

Tè, storie e…


La pianta del tè, originaria della Cina meridionale era considerata una pianta medicamentosa fin dai tempi più antichi. Durante le Dinastie Meridionali (V e Vi secolo) la bevanda era diffusa sia fra la corte che fra il popolo. In quel tempo le foglie erano fatte bollire insieme al riso, ginepro, spezie, latte, scorza di arancia, cipolle.

Successivamente si diffuse l’uso di arrostire le foglie , polverizzarle e comprimerle in pani: ma fu solo durante la dinastia Tang ( 618-907 d.c.) che furono codificate da Lu Yu nel Cha Jing, le procedure per la preparazione del tè secondo quei principi filosofici che si andavano diffondendo e che vedevano nel rito della bevanda il riflesso dell’ordine e dell’armonia universale.

In quel tempo le foglie del tè arrostite venivano ridotte in polvere e poste in una coppa, si versava acqua bollente e si frullava con una frusta di bambù. La bevanda manteneva svegli i monaci buddisti durante le loro meditazioni; questa modalità sarebbe stata adottata specialmente nel monasteri Zen, nella rigorosa cerimonia ritualizzata, il “Chanoyu” e presso la classe colta degli intellettuali neoconfuciani. Immersi nei loro studi in giardini fioriti, con acque e bambù, tra letture taoiste e confuciane, sorseggiavano il tè fra aromi di incenso, disputando sulle loro differenti qualità.

Fu durante la dinastia cinese Ming (1368- 1644) che si semplifico l’uso immergendo le foglie tostate nell’acqua bollente in infusione, in coppe o in versatori che mantenevano il calore.

Nasce così la teiera.

Durante i XVIII secolo i ceramisti cinesi di Yixing iniziarono ad indirizzare le loro pregiate teiere non solo a questa ristretta cerchia ma anche ad un mercato interno più vasto e meno esigente, assistendo ad un indebolimento della vena creativa. Queste teiere, dove nulla è casuale o approssimato, dalle pareti setose e finemente levigate, famose per la loro sobrietà, rigore formale e armonie estetiche, furono esportate anche in Giappone che ben comprese la loro intima essenza.

Ceramica Giapponese e Cultura Zen


Le ceramiche giapponesi si differenziano totalmente dai prodotti cinesi molto rifiniti e tecnicamente perfetti, e devono essere valutate su di un piano del tutto diverso. I ceramisti occidentali hanno un grosso debito verso di esse.

Il periodo Momoyama (1568-1615) ha una grande importanza nella storia del Giappone perché segna il primo incontro con la civiltà occidentale: infatti la ceramica giapponese Momoyama, epoca che durò meno di 50 anni ma che gettò le basi del Giappone moderno, insieme con la ceramica Cinese Sung è la principale fonte di ispirazione delle ceramica occidentale.

Per i ceramisti giapponesi la popolarità della cerimonia del tè creò un grande mercato: essi divennero ben presto altrettanti maestri di cui si ammirava l’originalità e l’impronta della loro personalità nell’argilla.

Come già accennato, il tè era stato introdotto dai monaci cinesi che avevano scoperto in esso moderate proprietà stimolanti, in sintonia con la loro vita: al tè si chiedeva infatti di propiziare armonia, purezza e calma, senso di rispetto, tutti elementi fondamentali della comunità monastica.

La concezione Zen ebbe una influenza notevole sull’arte o cerimonia del tè, il Cha-no-yo (“acqua per il tè”). Infatti lo Zen, non potendo essere spiegato ma solo “mostrato”, insegna la partecipazione attiva alla vita di ogni giorno: possiede una intensa ritualità, ma fatta di pratiche quotidiane.

Le ciotole Raku dalle forme irregolari , semplici e tuttavia molto raffinate trasmettono la forza e la personalità del loro creatore racchiudendo in sé l’essenza della cerimonia del tè.

I primi maestri del tè furono sensibilissimi arbitri del gusto: è indubbio che l’arte del tè ha educato la cultura europea e prima ancora i giapponesi, ad indugiare per un attimo sugli oggetti, anche i più modesti, riflettendo sull’essenza della bellezza allo scopo di raggiungere l’armonia e tranquillità spirituale.

Armonia che si ritrova nella stessa cultura giapponese, dall’architettura all’abbigliamento (i Netsuke erano piccoli accessori creati per essere a stretto contatto con il loro possessore rispettando il bisogno di queste splendide miniature artistiche di stare nelle vicinanze umane per potersi sentire “vive”) dalla calligrafia intesa come mezzo di espressione della natura e dell’emozioni dell’uomo, all’haiku (componimento poetico – calligrafico), dal bonsai all’Ikebana.

L’occidente ha spesso recepito queste ultime pratiche sotto un profilo tecnico (ad esempio semplicemente come “arte di disporre i fiori”), mentre nel quadro della cultura Zen hanno un preciso significato: ricreare con mezzi semplici e domestici un microcosmo universale.

 

Bibliografia

Peter C. Swann “Il Giappone” ed. Il Saggiatore
Teiere Yixing a cura di Patrizia Chignoli- Ed Belriguardo

Ciotola momoyamaNetsuke in avorio